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storie

17 aprile 2008

La botola della cucina dei Fumagalli

La cucina dei “Fumagaj de Casiragh” era una di quelle che aveva un “usell”, botoladi comunicazione di notevoli dimensioni, praticata sul soffitto. Comunicava con la camera del “regiuu”, il capofamiglia, e della “rigiura”, sua moglie, al piano di sopra.
Come si usava ai tempi Vittorio Emanuele II, l’apertura era grande come “doo pianej”, due mattonelle accostate, tanto che ci poteva passare un adulto smilzo. Queste botole erano provvidenziali nei casi di incendio ai piani alti della cascina. Il coperchio della botola era a due piccole ante incastrate, di cui solo una era tenuta agibile. Bastava tenere questa apertura socchiusa per sentire tutto quello che si diceva in cucina.
La vedova Severin aveva il dubbio che la sua Rachèla, nei momenti in cui al giovedì sera la lasciava sola con il Sandrin in cucina, desse via libera alle intimità, oltre i limiti del lecito e che i due avessero già fatto la… “frittata”!. La ragazza era un tipetto chiuso, introverso e non era in confidenza con la mamma. Quest’ultima, d’altra parte, era preoccupata e non voleva scandali.Il giovanotto, invece, era “un gesatt”, un po’ bacchettone, ed era per questo che la vedova si fidava poco di lui.  Appariva troppo “agnello” per non avere nel profondo anche un pizzico del “lupo rapace”.  La Rachèla, invece, “l’era una brasca che la scrutava sott a la scendera”, una brace che covava sotto la cenere.  Della brianzola aveva però l’istinto della conservazione della sua integrità.
Ciò nonostante la madre pensava: “Va ben che la mia tusa la se faria mazzà putost che fa certi robb, ma la paia arent al foegh la brusa…”.  E non aveva tutti i torti !
Il giovedì sera di quella settimana il Sandrin arrivò puntuale. Come si sedette al tavolo, negli occhi “de la bela tusa” serpeggiarono intensi bagliori. La madre se ne accorse e si insospettì di più.  “La ghe moer adree e la poe birlagh in di brasc quand luu el voer…”.
Un po’ dopo, Severina si alzò e disse: “Gh’hoo un maa de coo ch’el me se se cepa in duu. Toevi su e voo in lecc”.  E così uscì sotto il portico. Arrivata nella sua camera, la Severina aveva aperto con precauzione la botola da ambo i lati.  Si era sdraiata con la faccia sopra l’apertura e rimaneva in attesa, trattenendo il respiro.  Si spostò un poco indietro per vedere il fascio di luce della lucernae fu in quel momento che si accorse che le due sedie, dapprima a debita distanza, ora erano accostate e che, mentre lui se ne stava rigido, la ragazza gli si era abbandonata tutta su una spalla.   “Stupida!”, imprecò dentro di sé la vedova. “Birligh minga adoss!”.  Rimasero così per un po’ immobili. Poi fu la “tusa” a prendere l’iniziativa, mentre il Sandrin, sempre rigido, lasciava fare. La Severina fremette quando si accorse che la sedia della figlia era vuota, perché la Rachéla si era rannicchiata sulle ginocchia di lui, e quasi le venne da esplodere!. Ma non successe nulla, almeno apparentemente.
La Severina poi sentì alcuni sospetti rumori in cucina…Anche lei conosceva quel particolare scricchiolio e lo schiocco di teneri baci soffocati…  Era successo anche a lei “quand la sua paia la brusava anche se l’era masarada…”, quando la sua paglia bruciava anche se bagnata. Disse sconsolataa se stessa: “L’è una roeda che gira…!”  E chiuse la botola con due tonfi.   Terrorizzata dal fatto che la sua figliola potesse già essere in attesa di un bambino, per evitare lo scandalo, la Severina tanto disse e tanto fece che combinò il  “mariozz di duu murus”  due mesi dopo, al Santuario della Madonna del Bosco, quasi segretamente. La povera vedova aspettava l’arrivo “de un naudin settimin… de noev mes”, ma il settimino non venne, né arrivarono altri nipotini.
Tre anni dopo, nel 1916, il Sandrin cadde da eroe su una dolina del Carso, dilaniato da una granata nemica.  La Rachèla lo pianse molto, ma poi si consolò con il Giacum de la Canoeva.  Che altro poteva fare?  Si sposarono il 1° Aprile del 1918.  A fine anno nacque un bambinone che era una meraviglia. E ne vennero altri, tutti maschi, a distanze ravvicinate.
La “spusa” in tal modo si era resa finalmente conto che per “vegh un bagai l’è minga assee da fagh trii basitt a l’omm e poe nà a toe ul nuvel sott al sciroe de verz…”, non bastano tre bacetti per far comparire un  bambino sotto al cavolo.

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