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interviste

10 aprile 2008

Storia e racconti di carlotta molgora

Nonostante non fui mai volutamente irresponsabile, la mia vita, più per circostanze che per scelte, può essere definita come un intruglio amaro da bere poco alla volta per timore di vomitarlo tutto d’un colpo. I momenti felici, brevi o lunghi che siano, appartengono a quei salvifici intermezzi in cui la mia bocca si staccava dal bicchiere per un respiro o per l’invito generoso di qualcuno ad assaggiare dell’altro, dandomi così la possibilità di gustare veri e propri attimi di frappè alla fragola.
Il 2 settembre del 1920 in una Lissone che ancora piangeva i morti della prima grande guerra, nacqui io, Carlotta Molgora ma il soprannome che il fato scelse per me, fu Carlottina. Mia madre era una donna semplice e giusta, una grande amministratrice domestica e moglie devota. Mio padre era vice capostazione, un uomo amato da tutti e attento alle necessità della famiglia. Capitava, qualche volta, che dovesse rimanere a dormire alla stazione per sfuggire alle mire dei militanti fascisti, gli unici che potrei definire i suoi veri nemici.
Tra i sorsi più amari della mia vita, posso certamente menzionare quei momenti in cui mio padre,  non avvisato per tempo, subiva le percosse sull’uscio di casa mentre io e mia sorella Ernesta ci nascondevamo dietro al letto; ricordo ancora le sue ferite e la rabbia scolpita nel volto, la preoccupazione di mia madre e il pianto spaventato di Ernesta.
Nonostante il fascismo era sorto da pochi anni, la coercizione esercitata sui cittadini si faceva sempre più prepotente e sviluppata e a Lissone, come nel resto dell’Italia, le divergenze tra comunisti e fascisti, tracciavano solchi sempre più netti e irragionevoli.
Fui caldamente invitata, un’allegra mattina di scuola, a porgere il dorso delle mie mani al fine di poter degnamente accogliere i colpi di un bastone; il motivo era quello di aver esercitato una condotta irresponsabile che, secondo la mia maestra, mi aveva portato a copiare; un gesto certamente sconsiderato che andava punito, così come il fatto di avere un padre comunista.
Avevo sette anni, ma il fatto di avere le mani gonfie e doloranti, non era per me un buon motivo per lasciarsi andare a pianti sconsiderati, io volevo essere forte come mio padre. Non passò molto tempo, dopo quell’evento, che mio padre decise di chiedere un trasferimento, qualsiasi posto andava bene, purchè non ci conoscessero.
Il fato, o il Signore, scelse per noi Vipiteno, un paese ai confini dell’Italia lontano dalla Brianza e dai ricordi a essa collegati, il luogo perfetto per permettere a me e alla mia famiglia di costruirci un’altra vita. Imparai presto il tedesco e mi feci alcune amiche, furono anni bellissimi, che ricordo con piacere e il loro sapore somiglia proprio a quello della fragola. Il fascismo fu un capitolo completamente chiuso durante tutta la nostra permanenza a Vipiteno e le uniche cose che ci legavano alla nostra vecchia vita erano il dialetto e il risotto alla milanese, piatto che conquistò l’intero quartiere.
Ma l’odiato intruglio fece presto ritorno alterando l’equilibrio delle nostre vite e spezzando improvvisamente la corda della felicità come solo un cancro che colpisce un padre sa fare. La decisione di mia madre fu quella di tornare a Lissone, io ormai avevo dodici anni e mi si prospettava un lavoro da operaia, mentre mia sorella, malata d’asma e con un solo polmone, imparò il mestiere di sarta cominciando a lavorare in casa.
A tredici anni venni presa dall’azienda Beretta che fabbricava cornici e crocifissi e vi rimasi fino a quando non ottenni un posto al calzificio di via Liprandi, ma la mia vita lavorativa vera e propria può essere riassunta nella parola SINGER.
All’età di ventiquattro anni, nel 1944, cominciai a fare la partigiana, il mio compito, come quello della maggior parte delle donne impegnate nel movimento, era quello di consegnare i messaggi dei luoghi e dell’orario di riunione che generalmente avvenivano alla Chiesa degli Artigianelli nel primo pomeriggio. Partivo con la bicicletta, dopo il lavoro e mi dirigevo dal Dott. Citterio che aveva la farmacia nelle vicinanze dell’Arengario di Monza, poi andavo dall’avvocato Scali, uomo molto gentile che purtroppo venne ucciso in Germania, seguiva il professor Acquati, all’ospedale di Monza, il quale mi lasciava sempre la mancia e, infine, passavo dall’Ingegner Farè che spesso mi regalava una manciata di caramelle.
Mai avrei pensato e quando capitò quasi non vi credetti, di essere catturata. Percorrevo il viale Cesare Battisti a Monza con l’intento di concludere il mio giro di “consegne”, quando scorsi un posto di blocco che ordinò di fermarmi; mi spinsero giù dalla bicicletta, un ricordo di mio padre e mi condussero alla caserma S. Paolo (vicino al cinema Centrale) dove rimasi per cinque giorni insieme a venti uomini e a tre donne. Di quei giorni porto ancora il segno provocato da una legnata sulla nuca nonchè il ricordo di un giovane fascista che tentò di approfittare di me ma invano, grazie all’aiuto del mio compagno e amico Peppin di Sesto San Giovanni che rammento con affetto.
Nell’ottobre dello stesso anno mi sposai con Salvatore Ronzoni, politicamente ne carne ne pesce e lucidatore di mobili. Di lì a poco il calzificio chiuse e persi il lavoro ma per i tre mesi successivi lavorai alla Motta impacchettando panettoni. Fu grazie all’Ingegner Farè e al professor Acquati, che nel 1946, all’età di ventisei anni, cominciai a lavorare sotto Mr Karol, direttore generale dello stabilimento SINGER. Tutte le mattine prendevo il treno alle 6.15 per Monza, l’orario standard di lavoro era dalle 8.00 alle 11.30 per la pausa pranzo, con una ripresa alle 13.00 fino alle 17.15, ma facevo sempre in modo di essere in fabbrica per le 7.00 e di uscire un’oretta dopo in modo da imbottire il mio salario mensile con gli straordinari che accumulavo anche di sabato. Non amavo stare in casa, io e mio marito vivevamo con i suoi genitori in una casa di ringhiera al centro di Lissone e mia suocera non si può certo dire che mi amasse. A ogni stipendio ricevuto dovevo posare la busta sul tavolo in cucina sapendo che di essa avrei visto solo il denaro sufficiente per l’abbonamento del treno e, forse, due o tre caffè da prendere insieme ai colleghi.
Per alcuni anni la mia condizione sociale rimase inalterata, proprietaria di nulla anche se guadagnavo il doppio di Salvatore e sfruttata economicamente senza nemmeno ricevere un adeguato compenso emotivo, ne da mio marito, indiscusso sostenitore della madre, ne tantomeno da mia suocera che preferiva concedere tutto il suo affetto all’altra nuora paolotta e fascista a cui cedeva anche parte del mio guadagno.
Le cose cambiarono solo il giorno in cui decisi di impormi, incentrando tutta l’amministrazione della casa su di me e minacciando di andarmene se così non fosse stato. Sarei però disonesta nel non menzionare che da qualche tempo avevo escogitato il modo, sotto consiglio dell’addetta alle buste paga che tanto bene mi voleva, di ritirare una parte del mio guadagno dalla busta senza che nessuno se ne accorgesse. Sei mesi dopo l’inizio della gestione finanziaria seguita da Carlotta Molgora mia suocera morì e avevo già abbastanza soldi da parte da permettermi di farle un funerale adeguato, suscitando così lo stupore di mio marito, che mai si aspettava di potersi permettere tanto.
I giorni al lavoro procedevano uguali ma pieni di soddisfazioni, frutto della mia onestà e devozione che mi avevano consentito di essere considerata degna di buona reputazione. La sera, prima di cambiarci, due donne perlustravano i nostri grembiuli nel caso qualche operaia avesse rubato delle bobine o degli aghi, ma a me capitava raramente di essere perquisita, tutti mi conoscevano come la brava Carlottina, per questo amavo tanto stare al lavoro invece che a casa.
Lavorai alla SINGER fino all’età di cinquantacinque anni, nel 1975, quando venni a sapere che era previsto un compenso di cinque milioni di lire per coloro che avessero voluto andare in pensione. Accettai l’offerta, avendo accumulato ben oltre gli anni necessari ed ebbi la possibilità di comprarmi una casa tutta mia a Lissone, in via Loreto, nella quale tutt’oggi risiedo.
Nella mia vita non ebbi mai figli, la colpa non fu mia ma di Salvatore che prese la sifilide con una delle donne del viale Zara, non mi separai perché ai tempi non si usava, la mia appartenenza al partito comunista già non mi rendeva amabile alla Chiesa e alla città, figuriamoci se avessi aggiunto un divorzio.
Oggi non mi manca nulla, anzi, forse ho qualcosa in eccesso, per esempio il rimpianto di essere stata succube della società e del costume consentendomi così di vivere solo l’ombra di me stessa; ma c’è qualcosa che nessuno è mai riuscito a impedirmi di essere, qualcosa che sono tutt’oggi e di cui mio padre sarebbe fiero: io sono comunista.

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