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interviste

25 luglio 2011

Intervista a Angela Dovera

Dove e quando sei nata?
Nacqui a San Rocco di Monza il 2 ottobre 1923, in una famiglia composta da madre, padre e un fratello più vecchio di me di tre anni. Mia madre morì il giorno di Pasqua del 1961, il giorno di Sant’Angelo le facemmo il funerale; in Epifania morì mio fratello all’età di soli 42 anni lasciando una moglie e due bambini e il giorno dell’anniversario del mio matrimonio venne a mancare anche mio padre. Nel giro di un anno e mezzo persi tutta la mia famiglia di origine.

I tempi di guerra: scuola e lavoro
Seguii la scuola a San Rocco fino alla quinta elementare poi, all’età di tredici anni, iniziai a lavorare alla tessitura “Monteri e Rossi” per un anno,  fino a quando uscì la legge che prima dei quattordici anni non si poteva andare a lavorare così rimasi a casa fino a quando raggiunsi l’età e potetti fare il libretto del lavoro.
Siccome ero molto magra, il capo dello stabilimento, non mi volle mettere in fabbrica a lavorare ai telai (poiché diceva che non avevo ne sedere ne pancia, quindi non abbastanza forza) e mi inserì in portineria dove passavo il giorno ad aprire i cancelli agli operai e avevo anche il compito di perquisirli per assicurarmi che non avessero rubato nulla, ma era un lavoro che non mi piaceva e spesso li lasciavo passare senza farlo.
Dopo due anni alla “Monteri e Rossi” un mio cugino si fidanzò con una ragazza che lavorava alla “Manetti Marelli” la quale insistette affinché andassi a lavorare con lei, così mi licenziai e mi assunsero lì, intanto cominciarono le prime incursioni.
Mio fratello appena ventenne partì per la guerra, in Russia, dove subì i congelamenti ai piedi e le fatiche della trincea.
Alla fabbrica facevo i turni anche la sera tardi, raggiungevo il posto di lavoro in bicicletta fino a Sesto San Giovanni e i miei genitori temevano che mi capitasse qualcosa così dovetti licenziarmi con l’intimazione di mio padre all’azienda che non voleva che me ne andassi. Da ragazza non ebbi molti divertimenti poichè c’erano le incursioni e il coprifuoco; se si andava al cinema e suonava l’allarme, infatti, bisognava uscire e andare al rifugio.

Finita la guerra
Rimasi a casa fino alla fine della guerra, poi andai a lavorare alla Motta, dove rimasi per dieci anni, a Monza in via Mulinetto, dove si facevano in marron glasse e la frutta candita, poi nel periodo dei panettoni ci trasferivano Milano. Eravamo sempre stagionali, si lavorava molto durante le feste mentre il resto dell’anno ci lasciavano a casa e prendevamo solo la disoccupazione, per questo la mia pensione è piuttosto ridotta.
Quando la guerra finì io avevo 22 anni e poco dopo conobbi mio marito, Alessandro Dovera, giunto a Monza dall’Inghilterra con una valigia con appena un paio di mutandine e lo spazzolino da denti, tutto ciò che gli era rimasto.
Non aveva più nemmeno una famiglia ne una casa, perciò venne ad abitare da una famiglia del mio cortile che gentilmente lo ospitò. Era il 1946 quando lo notai e lo conobbi di mia iniziativa e dopo quattro anni ci sposammo e andammo ad abitare a Monza in via Gerardo dei Tintori dove restammo per venticinque anni.
Da casa mia si vedeva il Lambro, dal ponte fino al Mulino Colombo. Fin da quando abitavo a San Rocco, mio padre mi mandava dai Colombo al Mulino a prendere l’olio, ho conosciuto Antonietta e siamo diventate amiche, ricordo il suo negozietto con tantissimi prodotti e di ottima qualità. L’olio lo conservava in grandi recipienti e con dei mestoli di rame lo travasava in apposite bottiglie a seconda di quanto se ne voleva.
Nel nostro cortile c’era una terrazza sulla quale, il giorno di San Gerardo, veniva un’orchestrina la cui musica attirava molti ragazzi e ragazze a ballare; il nostro cortile veniva chiamato il cortile del resutten, perché la domenica tutti facevano il risotto alla milanese con la luganega e lo zafferano e il profumo si sentiva fin giù nella strada.

Dalla Singer alla Philips
Qualche anno dopo la morte di mio fratello nel 1965, io e mio marito ci trasferimmo in via Lorenzo Perosi, mio marito cominciò a lavorare alla Singer e io andai con lui e vi rimasi per quattro anni quando poi restai a casa definitivamente.
Alla Singer ero nel reparto di calcomania, mi occupavo dello stampaggio del marchio e delle greche sulle macchine da cucire. Ero a cottimo e guadagnavo molti soldi.
Mio marito faceva i crosci, prendemmo la Lambretta (con cui andammo fino a Viareggio) e a mezzogiorno andavamo a mangiare da mia mamma, poi tornavamo a lavorare. Dopo alcuni anni fecero dei tagli all’interno dell’azienda e mio marito, essendo di sinistra, fu uno di quelli a cui toccò il licenziamento. Per un po’ andò a curare le biciclette, fino a quando incontrò un signore che lavorava alla Philips a Monza che mise una buona parola per lui, così lo assunsero a fare le pulizie di notte.
Una sera, mentre andava a lavorare in bicicletta, era fermo al semaforo in corso Milano e un ragazzo con la macchina lo investì e gli spappolò una gamba; fece  quarantacinque giorni di ospedale con il rischio di un’amputazione.
Era poco tempo che abitavamo in via Perosi, avevamo 220 mila lire all’anno di affitto e non sapevamo come andare avanti. Io mi trovai un posto come donna delle pulizie nei condomini, ma lo abbandonai una volta che mio marito tornò a lavorare, sempre alla Philips questa volta come fattorino e lì vi rimase fino a quando andò in pensione. Io e Alessandro non avemmo mai figli quindi il cognome Dovera morì con lui nel 2007. Ora vivo sola rammentando i bei momenti trascorsi con lui e con la malinconia che provo nel sapere che con Sandrino non passeggerò più per le belle vie di Monza vecchia, da San Gerardo verso il Ponte dei Leoni e poi giù tra i negozi di via Vittorio Emanuele, uno sguardo all’Arengario e alle bancarelle del mercato.

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