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interviste

08 novembre 2004

Intervista a Guido Colombo

Signor Colombo ci dice la sua data di nascita?
Sono nato nel 1933; finite le scuole elementari, ho fatto le scuole medie, ma durante le scuole medie si iniziava a lavorare. Anch’io sono andato a lavorare con gli zii, ero in collaborazione con gli zii. Noi avevamo un mulino a Sant’Albino????

Ci parli dell’utilizzo del mulino
Per quanto riguarda l’utilizzo del mulino, io conosco tutti i segreti. Il nostro mulino è antico perché il mio nonno l’ha acquistato il 14 agosto 1874.

Deve dire che lavorazione faceva
La lavorazione del mulino era esclusivamente di granoturco e segale, due cereali molto usati nella vita di allora, che era vita povera. I miei con un carro partivamo da casa alle quattro, quattro e mezza del mattino per arrivare a Monza per cominciare il loro giro come mugnaio “saccarol”, cioè persone che andavano case per casa a raccogliere un piccolo sacchetto oppure un sacco di 50-60 chili da portare a macinare e portare indietro la farina il giorno successivo. Il mulino, che sorge lungo il Lambro, come tutti i mulini di quella zona, poteva prelevare in maniera perenne e gratuita l’acqua del fiume Lambro. Però con l’intervento della legge sulle acque, questo diritto di derivare gratuitamente l’acqua, fu annullato nel 1935, dopo una causa intentata da questi mugnai contro il genio civile, ma, siccome avevano lasciato passare sei mesi dall’entrata in vigore della legge per poter chiedere la rinnovazione, per poter chiedere di derivare acqua perenne e gratuita dal fiume, la causa fu  persa e dal 1935 dovettero pagare un canone annuo di derivazione, per cui la derivazione, che era perenne e gratuita, è diventata perenne si, ma onerosa. Questa concessione durava 25 anni, dal 1935 al 1960. Nel 1960 dovendola rinnovare, il genio civile ci ha messo in condizione di rinunciare e questa derivazione perché la richiesta del canone annuo era più alta di quanto fosse il costo dell’utilizzo dell’energia elettrica, per cui si è rinunciato a derivare l’acqua dal fiume, diventando di conseguenza un mulino di media dimensione che funzionava però elettricamente. L’intervento di un tecnico del Genio Civile poi ci ha costretto a togliere l’apparato esterno del movimento del mulino, cioè la famosa ruota idraulica che si trovava all’esterno.

Adesso avete un’altra ruota idraulica all’interno?
No, non è idraulica, all’interno è elettrica. Quando è stato modificato il mulino, era elettrica, non può avere più derivazione perché altrimenti avrebbe dovuto pagare quella cifra spropositata per il valore del tempo. Non dimentichiamo che siamo nel 1960!

Lavoravate molto?
Si, il lavoro non  mancava, anche perché sino a quando lo zio ha cessato l’attività per raggiunti limiti d’età, nel 1974, i contadini, pur essendo ridotti come numero, perché andava diffondendosi l’attività industriale più che agricola, i contadini per noi erano sufficienti e davano ancora sufficiente lavoro, anche perché nel frattempo molti mugnai “saccarosi” avevano cessato l’attività andando a lavorare come operai perché vedevano un declino di questa attività e prevedevano una definitiva cessazione di questa attività.

Ma erano giornate pesanti? Lavoravate molto?

Il lavoro era pesante.

Come veniva distribuito il lavoro?
Il lavoro veniva distribuito in questo senso: una delle persone di famiglia andava con il carro a raccogliere i sacchi di questi contadini che producevano granoturco e segale; un’altra persona e molto spesso le donne dei mugnai che erano obbligate a partecipare all’attività del mulino, erano a casa a macinare, a preparare cioè a preparare la farina per quando, alla sera e al pomeriggio quello che aveva fatto la raccolta dei cereali doveva sostituire i cereali con la farina. Ciascuno gestiva il lavoro come credeva meglio: c’era che diceva “te lo porto dopodomani perché domani ti macino il tuo”, c’era quello che diceva “prendo il tuo già macinato”.

Avete avuto anche delle alluvioni?
Di alluvioni ce ne sono state tantissime. La prima è stata quella del 1917 in conseguenza di un grosso temporale che aveva rotto una diga vicino a noi e ci fu anche, se ricordo bene, (mi dicevano) un morto. E’ una cosa che ricordo bene: si era rotta una diga di una tessitura lì a Sovico o a Macherio. Al pomeriggio non c’era acqua, era secco il Lambro, poi il temporale in alta montagna con la conseguente discesa improvvisa di tutta quest’acqua, la rottura della diga che chiamavano “diga di Galeas” (forse la tessitura aveva quel nome).
Poi nel 1937 un’altra grossa inondazione però avevo solo quattro anni. Mi ricordo le due successive; le inondazioni sono all’ordine del giorno. Mi ricordo bene le successive nel 1976 il 13 ottobre e il 31 ottobre del 1976 e sono state le due piene che con i loro depositi di fango e di detriti ci hanno messo in condizione di togliere quello che era rimasto all’interno del vecchio mulino perché abbiamo dovuto noi personalmente togliere tutti i materiali e il fango che il Lambro aveva portato.
Poi togliendo queste macine vecchie, quelle che erano le 2 macine vecchie, abbiamo dato una copia di queste due macine ai ragazzi del Gral di Biassono che attualmente si possono vedere vicino all’asilo di Biassono, vicino alla strada che porta giù alla Canonica.
E’ messo lì come uno spartitraffico! L’altra copia di macine, è capitata l’occasione di venderlo e l’abbiamo venduta. Attualmente abbiamo ancora di nostra proprietà le due macine del mulino a movimento elettrico che abbiamo acquistato negli anni sessanta.
Quando ci hanno costretto, cioè ci hanno tolto l’acqua, per poter lavorare, sino al 1974, gli zii avevano acquistato questo mulino a movimento elettrico e queste macine sono ancora lì in cortile, fuori casa. Una macina del diametro 135 cm degli anni ’40 e poi ce ne sono altre due del diametro 120 cm che sono quelle del mulino attuale.

Di oggetti vecchi, tipo buratti, ne avete?
Di vecchio ci è rimasto, anche perché l’alluvione del 1976 ci ha costretto a togliere via molto, ci è rimasta la “marsigliese” o semolatrice che è la macchina che serve per l’ultimo passaggio del farinato per arrivare ad avere la farina per la polenta.
Dalla macina esce una farina integrale, una farina composta da tre tipi di farina: la crusca, la farina da polenta e la farinetta sottile detta “macinasat” ???????
Lo sfarinato come esce va nel buratto. Il buratto è un esagono coperto con delle tele di diverse dimensione e attraverso queste tele di diversa dimensione esce la prima farina sottile detta “macinasat” che veniva usata dai contadini per produrre pane giallo frammisto a segale. Si faceva il pane giallo che veniva cotto nei forni di casa o di cortile. Esso durava 8 – 10 giorni. L’ultimo passaggio attraverso la marsigliese, per effetto del peso specifico (io dico) faceva in modo che la crusca si portasse sul fondo e la farina da polenta scendesse attraverso canalizzazioni particolari. Sono rimaste queste due macchine.

Ci racconti che cosa è il “macinasat”?
Il macinasat è la farina di prima separazione attraverso il buratto, cioè quello più sottile, quasi impalpabile che veniva usata ai contadini per fare il pane giallo, mescolata allo segale, oppure, se veniva macinato del nostro, veniva venduta a industrie speciali che producevano biscotti.

Da voi i contadini chiedevano anche i grassi?
Da noi c’era una seconda attività che era un’osteria lungo il Lambro dove venivano molte persone a mangiare pane e salame.

In ché posizione era?
C’era il mulino, poi nella cucina grande c’era il ritrovo dei monzesi che venivano a mangiare pesce, salame, arrosti vari tipo polli, anatre. Qualche pasticciere ci chiedeva poi il famoso “gras de rost” che serviva molto bene per profumare dolci e paste che loro producevano per vendere. Perché ben sappiamo che il condimento assorbe un certo odore dalla carne che si fa friggere, quindi questo profumo diventava pasticcini, dava un qualcosa particolare secondo il pasticciere.

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