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interviste

27 agosto 1999

intervista a Giovanna Maria Ranieri

Giovanna Maria Ranieri – Tenti Giustiniani vedova dell’ex podestà di Avola Corrado Santuccio

La mattina del 26 gennaio dell’anno 1935 nella città di Roma presso la chiesa di Cristo Re Monsignor Vizzini, allora Vescovo di Noto, celebravano le nozze di Giovanna Maria Ranieri–Tenti Giustiniani, discendente del doge Alvise Giustiniani, e di Corrado Santuccio, allora podestà di Avola. La vedova Santuccio si definiva “una povera donna che nella sua vita aveva adempiuto ai suoi doveri nei confronti della sua famiglia”, ma il suo nome ci ricorda il sangue blu che scorreva all’interno delle sue vene, e le sue azioni esprimono chiaramente l’intelligenza e la forza d’animo di cui era catterizzata.

Signora, la sua modestia finora non le ha permesso di ricordare le sue origini nobili, vuole rivelarle?
“Penso che oggi la nobiltà non susciti molto interesse nei lettori, ma a chiunque fosse interessato posso tentare di soddisfare la curiosità. Mio papà era Ranieri-tenti, apparteneva ad una buona famiglia di Napoli, ma non era nobile. Egli discende da Antonio Ranieri, un mio prozio che fu amico del sommo poeta Giacomo Leopardi. Mia mamma, invece, era Paolina Giustiniani Recanati ed aveva origini veneziane, da lei ho appreso che la famiglia Giustiniani ha goduto della presenza del Patriarca di Venezia Lorenzo Giustiniani, il quale successivamente è divenuto santo, di un doge e di diversi consiglieri appartenenti al consiglio dei dieci. A Venezia si possono ancora apprezzare due palazzi Giustiniani; uno più grande si trova nei pressi del Canal Grande e uno più piccolo, in cui mi recavo quando in esso alloggiavano mia zia e mio cugino; oggi probabilmente quel palazzo è diventato un museo, io ricordo ancora un crocifisso realizzato da un famoso intagliatore di legno, i quadri di valore attaccati alle pareti del salone e delle varie camere del palazzo, la numerosa argenteria, e soprattutto il servizio di pregiata porcellana sistemata in una vetrinetta nella sala da pranzo e ancora le posate in oro per sessanta persone abbinate al servizio di porcellana”.

Nell’anno 1935, dopo tre mesi di fidanzamento, lei convolava a nozze con l’avvocato commentatore Corrado Santuccio, vuole raccontare qualcosa relativa al suo matrimonio?
“Ho conosciuto la buon’anima di mio marito grazie ad una mia cugina che ha avuto il piacere di presentarmi a lui. In quel tempo mio marito frequentava un suo amico il quale conosceva la nuora della sorella di mio papà, la ragazza fece in modo che ci incontrassimo e dopo tre mesi di fidanzamento in data 26 Gennaio 1935, a Roma nella chiesa di Cristo Re Monsignor Vizzini, allora Vescovo di Noto, in  presenza di quattro testimoni celebrò il mio matrimonio, il quale, a causa di un tumore al cervello che uccise mio marito, purtroppo è durato soltanto tredici anni. I testimoni degli sposi furono quattro.  Il Conte Eugenio Millo, figlio del Conte Enrico Millo di Casalgiate, il famoso ammiraglio che si distinse sui Dardanelli, e di una sorella di papà, e il Marchese Gennaro Pagano di Melito, autore, insieme a Rizzo e al papà di Galeazzo Ciano, della presa di Buccari effettuata abilmente dai MASS, nonché cognato di papà, testimoniarono per me. Per quanto riguarda mio marito testimoniarono Ruggero Romano, il quale, poveretto, è stato fucilato ed esposto al piazzale Loreto di Milano, insieme a Mussolini, e un’altra brava persona, il Principe Michele Bonanno di Linguaglossa, un amico di mio marito e della moglie di mio cugino Eugenio Millo, che spesso, durante le varie feste che venivano organizzate ad Avola, ci veniva a trovare. Questi ricordo che sostituì un altro amico di mio marito, Corrado Lutri, il quale per un incidente non poté testimoniare alle nozze. Ricordo, inoltre, che in quell’occasione ricevetti in regalo dal poeta Alessandro Caia una pergamena tutta miniata con al centro una poesia scritta di suo pugno”. 

Chi era Corrado Santuccio? Quali erano le sue aspirazioni?
“Mio marito era un uomo intelligente che durante la sua vita ha cercato di fare qualcosa di buono. Egli apprezzava la lingua francese. Dopo il conseguimento della laurea in giurisprudenza, infatti si recò a Tours allo scopo di approfondire la lingua straniera, dove conseguì persino il baccalaureato. Egli tentò la carriera diplomatica, ma allora per avere questa possibilità bisognava essere di nobili origini, quindi mio marito, nonostante il titolo nobiliare che suo nonno paterno, insieme a tutti i suoi beni, ereditò dal Barone Giuseppe Di Maria, non poté realizzare questo suo desiderio. Dovendo per forza di cose escludere la possibilità di una carriera diplomatica, decise di intraprendere la professione di avvocato, la quale del resto era la professione del suo papà. Mio suocero, Gaspare Santuccio, infatti, fu un avvocato civilista, mio marito, invece, scelse il ramo penale. Mi ricordo che mio marito amava viaggiare e aveva anche gli hobby della lettura e della pittura. Egli amava leggere soprattutto la letteratura francese e dipinse alcuni quadri molto carini”.

Chi più degli altri ha goduto dell’amicizia del podestà?
“Io penso che tante persone hanno apprezzato l’amicizia di mio marito, il quale sono certa che ha goduto anche della loro; ricordo il sentimento di amicizia nato tra mio marito e il giudice Libero Italico Troja. Allora il giudice era un giovane di circa quindici anni che gradiva chiacchierare e giocare a carte con mio marito al circolo Matteotti, la cui sede allora si trovava di fronte alla cattedrale dedicata a San Nicolò. Spesso il giudice veniva anche a casa e continuò a farlo anche quando la malattia che fu la causa della morte di mio marito si aggravò. Ricordo che la notte dello sbarco degli alleati in Sicilia, il Giudice si trovava a casa mia quando si udì l’allarme che avvertiva che la città veniva bombardata. Io, preoccupata, insistetti perché restasse a casa mia, e forse la mia insistenza gli salvò la vita, in quanto dopo si apprese che la casa del Giudice era stata bombardata e molti suoi cari perdettero la vita. Un altro amico di mio marito fu Antonino D’Agata, il quale, quando fu costretto a fuggire in Svizzera per non avere dato la sua adesione al fascismo, si rivolse a mio marito affinché lo aiutasse a ritornare ad Avola intercedendo presso il Duce a suo favore. Sulla falsariga di una lettera fatta pervenire in Svizzera da mio marito, D’Agata scrisse la sua richiesta, la quale tramite Ruggero Romano giunse a Mussolini, il quale permise ad Antonino  D’Agata di ritornare in Italia. D’Agata e mio marito si incontrarono a Roma e insieme tornarono ad Avola. I due amici morirono entrambi nell’anno 1947, ma D’Agata morì qualche mese prima, quindi mio marito ebbe anche il piacere di rivolgergli l’ultimo saluto al municipio dove era esposta la salma. Spesso mio marito mi raccontava che frequentava un signore di nome Buscemi, con cui faceva delle piacevoli passeggiate affrontando gli argomenti più vari”.     

Quale fu il motivo che spinse il federale di Siracusa a ritirare la tessera fascista a suo marito?
“Mio marito era fascista, e tra la carica di Sindaco e quella di Podestà amministrò il paese di Avola circa undici anni, ma un giorno, quando l’Italia entro in guerra con l’Etiopia, al circolo Matteotti, mentre parlava di politica con alcune persone, egli si permise di dire che l’Italia purtroppo avrebbe perso la guerra, in quanto si trovava in una situazione di debolezza nei confronti delle nazioni nemiche. Il federale di Siracusa Cremisini apprese della critica espressa da mio marito, quindi propose di mandarlo al confino, ma poi, anche grazie alla difesa dell’onorevole Ruggero Romano, gli fu ritirata soltanto la tessera fascista e destituito da podestà”.

Il podestà Santuccio fu condotto al campo di concentramento. Perché?
“La causa fu una lettera anonima che lo accusava di essere un fascista e di approfittarsi dei beni del Comune. Dopo lo sbarco degli alleati mio marito fu richiamato per amministrare il comune di Avola, ma dopo circa venti giorni dalla nomina, mentre egli presiedeva un incontro al Comune, fu arrestato e, dopo che ebbe preso a casa i suoi effetti personali, condotto dai militari dell’AMGOT (Allied Military Governement of Territory) al campo di concentramento di Priolo. Spesso qualcuno erroneamente sostiene che mio marito si trovasse a Cassibile, ma io sono certa che questa notizia è falsa”.

Dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna. Vuole raccontare come lei riuscì ad ottenere il rilascio di suo marito?
“Io ero molto preoccupata per mio marito, quindi protestai presso il Maggiore Radice, comandante americano di origini italiane che in quel periodo si trovava ad Avola. Dal Maggiore appresi che l’arresto era stato effettuato dai militari dell’AMGOT, quindi mi recai a Noto dal Governatore che si occupava delle questioni civili della Sicilia orientale, il quale mi informò che della faccenda si occupava l’amministrazione militare e mi suggerì di rivolgermi al capo dell’AMGOT a Siracusa, un americano di origini italiane che conosceva bene la nostra lingua. Grazie all’aiuto di un amico di famiglia che con la sua carrozza accompagnò a Siracusa me, mio figlio, una mia cameriera, che mi aiutava ad accudire al mio figliuolo allora piccolo, e una guardia campestre molto affezionata a mio marito, riuscì ad incontrare il capo dell’AMGOT, al quale spiegai che mio marito era stato destituito da podestà dal federale fascista di Siracusa, il quale lo voleva mandare al confino e che gli ritirò persino la tessera fascista. Era necessario accertare quanto da me espresso, quindi il capo dell’AMGOT promise che avrebbe consultato gli archivi e mi invitò a tornare il giorno dopo. Ricordo che l’amico che gentilmente ci condusse a Siracusa lo stesso giorno ritornò ad Avola con la sua carrozza, e tutti gli altri ci fermammo in un albergo di terz’ordine,  molto sporco. Intanto bisognava preoccuparsi di trovare del cibo illegalmente, in quanto noi eravamo in possesso di una tessera con la quale era possibile ritirare il cibo soltanto ad Avola. Il giorno dopo appresi dal capo dell’AMGOT che mio marito sarebbe stato scarcerato quella sera stessa. A quel punto la nostra preoccupazione fu quella di tornare ad Avola, quindi durante la notte ci recammo alla stazione di Siracusa e lì apprendemmo di un carro bestiame che l’indomani mattina alle otto sarebbe partito da Siracusa e ci avrebbe potuto condurre ad Avola. Salimmo su quel treno pieno di paglia e di sporcizia, il quale anziché ad Avola ci condusse a Noto. Quando finalmente arrivammo a casa incontrammo mio marito che nel frattempo era già arrivato, il quale, anche se non gli era stato restituito l’orologio che aveva depositato precedentemente, aveva ricevuto le scuse per quanto ingiustamente aveva subito”.

Perché i cittadini avolesi dovrebbero ricordare il podestà Santuccio?
“Gli operai del tempo soprattutto perché mio marito, avvalendosi dell’aiuto dell’architetto Gaetano Vinci e del modellatore Antonino Mangiagli, dava loro lavoro quando era difficile mantenere le numerose famiglie. Forse tutti i cittadini avolesi dovrebbero ricordare mio marito per le numerose opere pubbliche realizzate ad Avola grazie a lui. Vicino alla stazione di Avola realizzò, una dirimpetto all’altro, la villa comunale e il Parco delle Rimembranze, piantando in esso tanti alberi quanti furono i morti della prima guerra mondiale e attaccando su ogni albero una piccola targa che ricordava il militare deceduto; in piazza Vittorio Veneto fece costruire, anche questi una di fronte all’altro, la fontana con i tre leoni attorno e il monumento dedicato ai caduti nella guerra del 1915/18, con una figura di donna sdraiata che rappresenta l’Italia. Ricordo che, per quanto riguarda i leoni della fontana e la scultura del monumento commemorativo, mio marito si rivolse al modellatore Mangiagli. A parte la pavimentazione della piazza Umberto I e delle strade, la realizzazione del gabinetto e l’anticamera dell’ufficio del Sindaco e l’illuminazione del vecchio lido, opere interessanti furono anche il viale Lido e la rotonda sul mare. Per quanto concerne il viale Lido si recò sul posto con gli operai, in quanto il proprietario del terreno non voleva cedere la striscia di terra necessaria per realizzare il viale e addirittura minacciava di sparare nel caso si fossero iniziati i lavori. La realizzazione della rotonda sul mare ha richiesto un lavoro doppio, in quanto dopo che furono gettate le colate di cemento una grande mareggiata distrusse il lavoro che era stato fatto”.

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