MEMB

Museo Etnologico Monza e Brianza - il nuovo sito del MEMB ├Ę in fase di aggiornamento

storie

07 giugno 2006

Una maestra d`altri tempi

Dal manoscritto del rag. Luigi Fossati “La mia prima maestra”

Era il 1898, periodo turbolento per i moti, a Milano, Monza e Brianza contro il “caro pane”, soffocati con violenza dal generale Bava Beccaris. Si chiamava “Scuola Spinelli”, ed era privata; raccoglieva bambini dai tre agli undici anni, inizialmente come “preparatoria”, in seguito definita “giardino d’infanzia”, e poi come istruzione primaria. La sede era nello stabile, che esiste tuttora, di via De Amicis 6, che allora si chiamava via Sant’Agata. La scuola prendeva il nome e il prestigio dall’alta figura un poco ieratica del direttore, il maestro Emilio Spinelli, volto magro con pizzetto bianco sopra il mento e dagli occhi chiari ed espressivi. La scuola, che operò per cinquant’anni, erano frequentata da circa settanta ragazzi. Ora è sede di studi professionali, e nel periodo fra le due guerre l’avv. Cattaneo, podestà di Monza, ebbe qui il suo studio.
I ragazzi venivano accolti sotto il portico di fondo dalla Veronica, una florida e sorridente servente che oggi si chiamerebbe bidella. La moglie del maestro Spinelli, la signora Cecchina, svolgeva il ruolo di direttrice; a lei, entrando, si consegnava il canestrino con la refezione che veniva deposto in una grande stanzone, mentre i bambini più piccoli della “preparatoria” e della “prima” venivano avviati in un altro locale, dove erano accolti dalla signora Sofia Varenna, più che un’insegnante, una mamma luminosa di bontà e affabile.

“Ci prendeva per mano, sulla soglia, ci accarezzava e lentamente, chiedendo qualcosa di noi o dei nostri, ci accompagnava ognuno al nostro posto, ci apriva la cartella e ci poneva davanti, colla giusta inclinazione, il quaderno, e a lato la penna e la carta asciugante. Nel condurci al banco, per la ristrettezza della corsia la sua ampia gonna scura ci sfiorava il viso. Forse oggi si potrà anche sorridere pensando a tutte queste affettuosità; più d’uno penserà che ne restava lesa quella autorità e quel prestigio che è tanto comodo usare come un’armatura! Non mi ricordo di averla sentita alzare la voce, e per quanto dovesse ripetere e ripetere la stessa cosa, non l’ho mai sentita cadere in una cantilena. Non ci offendeva con uno scatto di gesto o di voce, non ci avviliva con l’aria di chi largisce contro voglia. Era infaticabile nello scrivere alla lavagna, e vi scriveva in perfetta, armonica calligrafia; e penso che coi primi elementi della scrittura ci avviasse, inconsciamente, a comprendere, ad amare il disegno. La pendenza della scrittura, i grossi ed i fini li voleva quasi perfetti, per quanto fosse possibile a noi.
La mia prima maestra, la signora Sofia, ben al di là del sillabare e numerare, del leggere e dello scrivere, ci ha fatto apprendere l’armonia della bontà e la poesia della dolcezza. Il tempo non ha cancellato i buoni ricordi, e i suoi scolaretti di 35 anni fa le conservano, migliorato da maggior comprensione, tutto il bene di allora.”

Vai a pagina

di 5